IL BIVIO
IL BIVIO
Manuel stava, ore e ore a guardare il vuoto. Che cosa osservava dritto davanti a sé imperturbabile, non riesco a capacitarmene l’idea. Nei suoi occhi così bui e spenti, la sigaretta piano piano si consumava, e la cenere in poco tempo, era già a terra. Nessun movimento.
Lo guardavo in un angolo, guardavo il suo osservare, e lo fotografavo di continuo.
Quello sguardo oscuro m’incuriosiva, era come se avesse la percezione concreta che la sua vita sarebbe stata breve e nulla voleva più fare.
Solo l’amore, inteso come lo intendeva lui, equivalente al sesso, era l’unico sollievo e vanto della sua vita, nemmeno il lavoro credo, gli destava più di tanto interesse; e quella ragazza che di tanto in tanto gli sedeva accanto per poi sparire per giorni interi, è un portatore di handicap.
Quasi tutti cercavano di proteggerla, ma nella realtà era più libera di molti altri; e a chi voleva rinchiuderla in un manicomio o in una prigione, si trovava davanti ad una concreta realtà.
Lo guardò con occhi di gabbiano, illuminati dalla speranza d’essere compresa in quelle poche parole dette tra le lacrime soffocanti: “Non abbiate paura per me, io non soffro più di voi, voi correte semplicemente troppo, ed io v’inseguo.”
Fece un breve appunto verbale, guardandolo fisso negli occhi, con i gomiti appoggiati in quella scrivania per nulla curata, la schiena un po’ ricurva e la testa protesa in avanti: “Delle volte le peggiori pene e violenze si vivono in ambito familiare, non dev’essere una scusante” si alzò e lo salutò.
Non si stupì nemmeno di leggerlo quell’articolo, riportato in un giorno miracoloso di gioia nella sua esistenza per aver passato un altro esame che le era stato sottoposto nella vita, in una civetta, intesa come manifesto di formato ridotto che l’edicola espone per attirare l’attenzione su articoli e notizie di un quotidiano, la morte del suo amico Manuel, avvenuta per causa di un incidente stradale.
Finì con la moto sotto ad un camion.
La comprò poco tempo prima, una potente Honda Transalp 650 di cilindrata nuova di zecca, una bellissima moto da strada non la solita da Cross/Enduro, con la quale gironzolava per le strade di montagna. Già progettava viaggi, in qualche luogo ignoto ancora da prefissare, con il suo nuovo amico e collega.
Così, durante rincasava quando ebbe finito il suo turno di lavoro, con la spavalderia dell’esaltazione data dall’ammirazione dei suoi colleghi, prese la curva “in modo troppo largo”, non si salvò più niente.
L’articolo citava, “…I genitori, che serenamente attendevano il figlio per la cena, sono stati avvertiti soltanto dopo la sua morte, poiché l'identificazione non è stata facile: Manuel non aveva con sé né la patente né la carta d’identità. Alle sue generalità, sono riusciti a risalire attraverso il foglio della busta paga, trovato in tasca nei brandelli del giubbotto…”
Aspettarono insieme al parroco locale, il nullaosta della Procura della Repubblica, prima di fissare la data funebre.
Nell’epigrafe appesa un paio di settimane dopo, vide la sua foto, e pianse come non mai.
Pianse per lui, per la vita e per tutto quello che la includeva, per il dispiacere e per la sofferenza di una madre accasciata accanto alla tomba del proprio figlio.
Si sedette stanca ed esterrefatta del suo racconto telefonico all’amica Marica, che la scambiò in principio per la sorella, con la preoccupazione che fosse deceduto suo padre, poiché avvertiva qualche acciacco da giorni. Non descrivo nemmeno la sua disperazione del momento, non ci sono parole per il trambusto creato; quasi si sentì in colpa d’averla chiamata per sfogare il suo dispiacere.
Si alzò nervosamente, fece un breve giro nelle vicinanze, e si risedette stanca ed esterrefatta durante cercava inutilmente la madre al telefonino mentre la batteria iniziava ad emettere i primi suoni d’allarme, in una sedia di plastica bianca posta in terrazza, con le palpebre gonfie dal pianto e le borse sotto gli occhi, delle notti insonni.
Si sedette e pensò:
“Ci vuole silenzio per comprendere e per comporre qualche frase, e per comporre ancora ci vuole silenzio.
Sono entrata all’università con un sogno mai compiuto, e ne sono uscita disperata. Manuel è finito sotto ad un camion ed è morto quasi all’istante. Ci si chiede tanti perché nella vita, tanti se… ma alla fine sono quasi tutti inutili, è un attimo, solo un attimo e tutto cambia, tutto può finire, tutto può insegnare e tutto può ricominciare. Secondo lo svolgersi di quell’attimo, dell’esito finale, inizia o termina la tua vita. (cit. Dietro La Maschera Sociale – Pensieri 1992 – 1994 – di Monica Benincà - edito Il Filo 2007).
Ci sono molte morti in quest’esistenza, c’è chi vive ed è morto dentro, chi muore sul serio e chi impazzisce e non si rende conto d’essere già trapassato.
Manuel lo era già deceduto nel sentimento, ma ora lo è per sempre, lì su quell’asfalto insieme alla sua passione.
Mi chiesi e mi richiesi come un rimbombo nella mia mente: “Se gli fossi stata più vicina quando mi chiedeva aiuto, se fossi stata più comprensiva, che egoista ed egocentrica”… se …se, se, se… quanti se ci si chiede quando non si può più porre rimedio alcuno. Quando una vita cara si ferma, allora tu trovi il tempo per riflettere, prima, prima non si poteva! L’ultima volta che mi sedetti accanto a lui, era già ubriaco. Mi raccontò che aveva trovato un nuovo lavoro, che era cambiato… avevo avvertito, tutta la sua tristezza.
Andarsi ora ad incanalare nel discorso filosofico della morte come trapasso a miglior vita, che si differenzia per riti, culture, popoli e quanto ne compete, non mi sembra il caso, giacché poi si ritorna all’individualismo e al pluralismo dell’essere stelle accese o spente esistenti, una diversa dall’altra nella nostra interiorità.
Gesù, rispondimi, come fanno a scegliere il dolore della morte in vita, chi un fisico lo ha sano ma già marcio all’interno?! E’ una domanda sciocca, come molte altre, dove non voglio nemmeno dare risposta, probabilmente perché inconsapevolmente la conosco già, ma mi rifiuto ugualmente di crederci, e non voglio conferme, perché non le cerco. Ho semplicemente paura della verità.”
Chiuse gli occhi per un istante, e si riposò. Decise di mettere un temporaneo freno al suo pensiero instabile, e all'assillo che la perseguitava da giorni, di cogliere l’occasione per gioire dell’aria fresca che dolcemente le coccolava il viso, assonnato.
In tutta la vita sogna un’abitazione, la sua piccola ed umile dimora, dove sedersi con una seggiola sul ciglio della porta che s’affaccia nel modesto giardino frontale, con l’erba ben tagliata e le siepi elevate che lo circondano. Un muro in mezzo ad un immacolato verde, forse un po’ tetro ma lo vede color speranza.
La speranza di una parola, una accanto all’altra, che forma la frase, il verso e la composizione di parole libere, fuoriuscenti ed isolate.
Cercò il libretto degli appunti nella borsa che portava con sé, appoggiata sopra al tavolo, anch’esso economico di plastica bianca per resistere alle intemperie esterne. Trattasi di borsa bagaglio che doveva contenere tutti gli accessori mescolati insieme. Lo cercò con dovuta insistenza. Era un taccuino che non raggiungeva nemmeno il formato A5, rosso della passione, della vergogna, dell’imbarazzo, del freddo, della calura e della rabbia. Quando lo trovò lo aprì e con furia bisognosa scrisse:
“M’accingo a scrivere senza placare la mia sete di desiderio, nel concludere a me stessa: “Ci sarà mai un uomo al mio fianco, in quest’umile casa dei sogni?”
Forse no, forse solo un fantasma che vaga nel credere di far compagnia, ma nella consapevolezza del non ricevere più nulla.
Dove nessuna sa, e nessuno può raggiungere, un immenso giardino segreto, un labirinto dei desideri, una corsa sull’albero per costruire la casa dei giochi, mentre le formiche già l’affollano, correndo una accanto all’altra in cerca di cibo; ed alla fine, poter decidere di cucinare il pesce più saporito, in un sugo di pomodoro, con un pezzo d’acciuga, spicco d’aglio, olio d’oliva ed un po’ di prezzemolo.”
Assuefatta dai propri pensieri sognò, ed ebbe una visione: scorse una presenza tra la siepe.
E’ un piccolo uomo buffo, con gli occhi un po’ tarchiati dal sonno, troppe ore in piedi deve aver passato, e le guance rosse dalla fatica, gli adornano il viso. Nell’immaginazione collettiva sembrava più ad un elfo che ad un vero e proprio essere umano, ma per lei no, risiedeva nella normalità.
Storse la testa, la piegò da un lato, e lo guardò con un occhio chiuso ed un aperto, per inquadrarlo nella sua visuale e disse: “Non capisco!”
L’uomo continuò a svolgere il suo lavoro, nella monotona routine della giornata.
Lei distolse lo sguardo, e riprese a scrivere nel suo taccuino per intitolare la pagina vuota Il Bivio.
Giorno 12 Luglio,
Auguri papà.
Il Bivio
Quando mi fermo, mi ritrovo davanti a tutti i miei ideali, ponte della mia strada, del mio percorso, della mia vita, per poi trovarmi un giorno davanti al bivio di una sola strada da scegliere, che dà una direzione, oppure un’inclinazione differente, una curva per proseguire o tornare in dietro.
Davanti a quel bivio, quello che trovo più difficile, è il pensiero s’è il caso di calpestarli o no… dover abbassare la dignità di uno scalino nella presa di coscienza che non ce la può fare… il non poter più lavorare per il momento, per non rischiare di danneggiare un intero corpo, uno scheletro con le articolazioni, avvolto da più elementi uniti, membrane, vene, muscoli, legamenti, carne, pelle ed ecc…
E comprendere che le corse contro il tempo, non sono fatte più per la mia persona.
Finché si corre non ti accorgi nemmeno, non presti attenzione alla pozzanghera ed al fango ove t’immergi inciampando e cadendo, ed il tuo fisico, non ritrova più alcun riscontro.
Allora, decidi di fermarti al semaforo rosso, prima che sia troppo tardi, nell’attesa che ritorni il verde.
Vedi, che io sia buona, cattiva, gentile o meno, il mio handicap, la malattia che mi riguarda, mi punisce egualmente, non ho bisogno che mi condannano gli altri, lei è egoista, se io non mi prendo cura di lei, lei mi fa pagare tutte le conseguenze.
E Finisce:
“Io non sono contro l'amore omosessuale, ma sono contro la volgarità e la diffusione di quest'ultima, ove si propaga solo il sesso.”
“Una bugia raccontata bene, porta un vero e proprio senso di frustrazione e presa in giro, soprattutto per chi la scopre.”
Di fronte ad un bivio, è spesso meglio aspettare, che si dischiuda la via di mezzo.
All’improvviso, si trova in balia di un incredibile, desiderio di confidarsi attraverso il suo libretto, righe e sillabe, appaiono pian piano che discende l’inchiostro dalla penna mentre procede per mezzo della sua volontà, attraverso l’unica delizia e gioia d’entrare in fiducia con voi, con il tutto, con se stessa e con chi avrà la curiosità di leggerla.
Cede a quest’impulso e nemmeno s’ostina a frenarlo, poiché resti e si trattenga un ricordo, sprazzo della vita, che le permetta di meravigliarsi ancora della sua intimità.
… “Ho deciso di sottopormi a tutti gli interventi chirurgici, pur di guarire. Già questo credimi, non è sempre semplice.
Mi ricordo nuovamente quella volta che dovetti operarmi al setto nasale, una delle più comuni operazioni che più di uno alla fine, deve sottoporsi… Fui assente per un certo periodo dal mio blog in internet, e con sorpresa, gentilmente, alcuni amici – conoscenti mi chiesero: dove sei finita? Come va principessa?… ed io emozionata ed ancor più convinta, scrissi all’incirca a tutti la medesima storia:
“Mi sono assentata per un breve periodo, perché ho dovuto sottopormi alla settoplastica e turbinoplastica, ed il naso non smetteva più d’insanguinare. Aggiungo: finalmente! Proprio perché non ne potevo più, soprattutto dopo un incidente stradale di qualche anno fa.
Ho purtroppo avuto un’intubazione difficile, con difficoltà a deglutire, respirare e qualche linea di febbre. I sintomi risiedono nella norma per certi tipi d’interventi simili al mio. Pensate, non posso nemmeno ridere e parlare tanto, proprio io?! E’ un castigo! In fin dei conti, sto guarendo bene. Il giorno che mi hanno tolto i tamponi sono davvero svenuta, ed il mio volto è diventato cereo. Nemmeno da dire la paura che hanno preso i miei successori, ma poi ho appreso che a loro è andata notevolmente meglio. Io lo affermavo che ero un caso un po’ diverso…
Sono quasi due settimane che faccio in sostanza niente pur di guarire, ma resisto pochissimo, perché sinceramente parlando, m’annoio come non mai. Così mi diverto a far volare la mia immaginazione e creo con la fantasia. Sono spesso mie compagne di meditazione per fortuna, e per essere sincera, guai a chi s’intromette! Divento subito nervosa, poiché perdo il filo logico del mio pensiero.
Ora devo sottopormi ad altri interventi, ma ho deciso d’aspettare ancora qualche anno.
Trattasi sempre di un piccolo inferno passeggero per me, dove vivo interamente nella mia mente, nei miei ricordi, nel passato (continuavo a sentire: “La stiamo perdendo…”, ciò che era successo anni fa in pronto soccorso dopo aver bevuto del vino avvelenato), e quando mi hanno svegliata (e già questo è bene, un bel paio di corna scaramantiche sono state d’aiuto), mi sono ritrovata in una specie di trauma psichico di smarrimento e dolore.
Poi tutto passa come sempre. Ed aggiungo: che fortuna!”
Buona vita a tutti.”
Subito sì sentì meglio con la rinnovata speranza di poter uscire dal suo handicap. Dedicò il suo ultimo passo scritto alla propria amica, che quella sera, nel reparto del pronto soccorso, pianse fuori della porta, nella sala d’attesa, per lei perché potesse vivere ancora.
Lei lo conservò lì, in un angusto angolo d’affetto ma molto intenso, perché se vive la propria rimembranza, vivono insieme nella condivisione di quel momento, se muore il ricordo, si conclude con la certezza che muore un esiguo frammento d’entrambe.

IL BIVIO – MONICA BENINCA’
Questo breve racconto lascia l’immaginazione libera.
Non è collocato in un luogo e tempo ben preciso, e solo un racconto.
Porta voce di dubbi, sofferenze e problemi sociali concreti.
Alcune domande:
Dove si trova seduto Manuel? E la ragazza handicappata? Quale è il suo nome? Che lavoro svolge l’uomo immaginario? A voi la scelta.
In questa narrazione passano in secondo piano, ma nel leggerla v’invito ad unirli alla mia fantasia, per collocarli nel loro ambiente.
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Monica Benincà
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