CONVERSANDO IN PAUSA
Nella nostra faticosa pausa pranzo, ritagliata tra le ore dell’orologio che scorrevano rapide, mi s’avvicinò una ragazza dal profumo di gelsomino. Ci chiese di potersi sedere al nostro fianco per un breve tempo, poiché il bar era affollato. Là è semplice chiederlo. Risiede nella norma. Senza indugio il mio fidanzato gli concesse il permesso e subito ci fece le classiche domande, da dove venivamo e che cosa facevamo, e lui s’espose: “Sai lei è un’artista, solo che adesso è più concentrata sulla scrittura poetica. E’ capace di scriverti e recitarti una poesia in ben che non si dice, schiocca le dita, ed ecco che sono pronte!…”.
“Ma va?!” Gli rispose con sguardo incredulo.
Io, nel mio imbarazzo nascosto dietro la timidezza, le replicai: “Lui esagera sempre!”
Ed annuii con la testa: “Si, si! Esagera…”
“Oh su! Questi artisti, così timidi!” Si girò con le gambe verso la mia persona. “Sai, io provengo da Torino. Sono semplicemente venuta a fare uno Stage, qua a Barcellona, e dopo…”
Col sorriso e sguardo verso l’alto respirò a pieni polmoni, e poi mi riguardò: “Me ne sono innamorata! Non sono più riuscita a tornare a casa…non so come spiegarmi…”
“Ti capisco” le risposi. “Ci sono molti stili d’architettura, romana, veneziana, moderna, araba, greca, americana, forse anche qualche cosa dei Fenici ed ecc… tutti dentro un'unica città… Essendo anche uno dei maggiori porti del Mediterraneo, so, che si è sviluppata notevolmente sia per i traffici marittimi sia per l’abbondanza d’energia idroelettrica, prodotta sui Pirenei, che ha favorito il sorgere di molteplici industrie…”
“Oh, non basta, non basta, c’è molto di più! Da quando siete qui?”
“Da un paio di giorni, siamo arrivati solo ieri e vogliamo vedere il parco e le case di Guadì, un fenomeno del tutto particolare, con forti dosi d’autonomia nel modernismo catalano, agli inizi del 1900. La Sagrada Famiglia l’abbiamo vista appena siamo arrivati, stupenda! Poi dobbiamo correre a prendere la corriera per l’aeroporto di Gerona…” ( Nella realtà l’aeroporto è Girona ).
“Come mai fin lassù?!”
“Perché è l’unico aeroporto ove possiamo prendere l’aereo con scalo a Treviso”…
“Mmmh!” Disse stringendo le labbra. “E’ un bel pezzo di strada…”
“Sì certo, ma noi lo facciamo con piacere, così riusciamo a vedere ancora qualche cosa in corsa, tanto tutta la nostra vacanza è stata un inseguimento contro il tempo, un meraviglioso inseguimento.” Mi girai verso il mio ragazzo, e lo guardai dritto negli occhi.
Lei si ricompose e mi chiese:
“Posso farti alcune domande?”
“Certo, oddio, dipende di che tipo!” Feci un accenno di dubbio.
“Non ti preoccupare, nulla di grave, che cosa scrivi?”
“Poesie, in prevalenza in prosa. Quando seguo la ritmica le chiamo ballate, perché mi sembrano tutte delle autentiche ballate, tanto per divertirsi seriamente, mi fanno sorridere… a volte è una verba, altre invece sono prosa diaristica, poi affermano che la prosa ritmata, è una prosa senza immaginazione, ma io continuo ad affermare, che sia questo o quello, io scrivo ciò che mi dice il cuore…
A vote lo razionalizzo, altre volte lo lascio scorrere, una parola accanto all’altra, nel primo dopo oggettivante, o nella ricerca del termine che porti all’eccesso, il vocabolo, o la descrizione dello stesso in chiave simbolica; ad esempio nell’ultimo libro Nello SpoglioVento, uso molte metafore, come il cane, simbolo di fedeltà e libertà, quando non è legato, e del suo istinto animale, e il suo modo di marchiare - bagnare il territorio, qui sono passato pure io, oppure questa è casa mia, tu chi sei?...
Molto, per essere sincera, mi sono ispirata al Jack, il cane di Marco. Dovresti vederlo! Noi lo lasciamo libero e lui zampetta nel ciglio della strada, oppure s’è pericoloso o s’inserisce tra noi, o in ogni modo ci cammina accanto, e se altri cani lo sfidano in un fracassante abbaiare, lui sembra che faccia spallucce, li guarda e se ne va. Una cosa meravigliosa.”
“Quanti anni ha?”
“Il Jeack?” Rispose Marco: “Il Jeack è anziano, lo avevo trovato cucciolo abbandonato e malato…”
“Ma posso tornare a te? M’incuriosisce questo fatto che sei una poetessa…” Affermò, girando nuovamente le sue gambe verso il mio corpo.
“E’ una parola grossa chiamarmi poeta o poetessa, c’è ne sono sicuramente di più meritevoli. Vedi d'artisti, poeti e scultori, ce nè un mare sperduto in un oceano, ma di talenti, con gran qualità, ce nè solo una goccia pura, in mezzo all'inquinamento”.
“A proposito!” Esclamò spiccando un salto sulla seggiola.“Non ci siamo nemmeno presentati! Io mi chiamo Tania!” Porgendo la mano verso Marco.
“Io, Marco.” Gliela strinse con vero piacere.
“Ed io Monica!” Gliela strinsi pure io con piacere.
“Bene Monica, posso farti un paio di domande che m’incuriosiscono?”
“Certo dimmi pure.”
“Ecco, volevo sapere, innanzitutto quanti anni avete?” Gira la testa ripetutamente guardandoci entrambi. Prima da un lato e poi dall’altro.
“Vent’otto!” Risposi io.
Marco fece un sorriso beffardo, quasi di dissenso, tentennò un pò, e poi ci guardò. Io ridevo, perché sapevo che non era proprio di suo gradimento dire l’età che avanzava, ma lo fece ugualmente, cercando d’essere il più sciolto possibile: “Quaranta.”
“E’ l’età che avanza…” sdrammatizzai io, ridendo come una pazza.
“Eh, che c’è! Sei giovane!” Rispose lei.
“Lo so, lo so. Non sono vecchio io, ho una vita di cose d’osservare!” Sorridendo, si girò dalla parte opposta e accese una sigaretta.
“E tu?” Le chiesi io. “Non credere di sfuggire all’inquietudine di una domanda così semplice…!”.
“No, no, ma che scherzi?! Ventiquattro!”
“Bene, ora le presentazioni sono state completate” dichiarai sorridendo, volgendo il capo verso entrambi.
“Sì” rispose Teresa. “Volevo terminare la mia curiosità, riprendendo il discorso di prima. Posso porti solamente quattro domande?”
“Certo.” Annuii.
“Perché scrivi?”
“Credo per sfogo, e poi per il puro piacere di portare in versi ciò che vedo… Sai, sono stata malata, per un po’ di tempo. La mia malattia mi ha costretta a rimanere a letto un paio di mesi circa, andavo a giorni, e quando mi sono ripresa, avevo voglia di spaccare il mondo! Di comunicare, di raccontarlo” rilevai con voce decisa.
“Che malattia hai?”
“L’artrite reumatoide poliarticolare fin dall’infanzia, ora in remissione sostenuta, fortunatamente.”
“Che cos’è? Scusa la mia impulsività, non so che cos’e!”
“Tranquilla, ho notato che in molti non sanno che cosa sia, io ho iniziato a spiegarlo proprio per questo, per assopire un po’ d’ignoranza e riportare un po’ di pace e comprensione. Non ti racconto nemmeno cosa hanno fatto dopo! Mi limito a dirti che se ne parla troppo poco di questa malattia e non si tiene conto dei danni che essa comporta anche al livello di psicosi, soprattutto in epoca adolescenziale. Io non volevo favoritismi, in nessun campo, per non sentirmi compatita, ed ho sbagliato. Ho pagato a caro prezzo, questo sbaglio.”
“Hai voglia di comunicarlo? Quando stai male cosa fai, t’imbottisci di farmaci?”
“Sì ho voglia di dirlo, di diffonderlo che ho l’artrite reumatoide poliarticolare infantile, che mi ha sempre spinto verso la sopravvivenza e ad un attaccamento morboso nei confronti della vita, al vivere in pienezza, al contemplare il tutto, nel suo essere intrinseco.
Posso iniziare con il ricordare che a tre anni avevo l'osteoporosi, e questa la conosci, ma a due mi è stata diagnosticata l'artrite reumatoide; che origini ha? E’ un punto di domanda, altrimenti saprebbero già come curarla!
Non posso imbottirmi di medicinali, perché a parte i Fans, chiamati antidolorifici, sono in commercio un’infinità d’altri tipi, altri come il methotrexate, il cortisone, e quanto ne richiede la condizione fisica, se la malattia è in remissione o meno, sono medicinali da prendere sotto prescrizione medica e sotto un’attenta osservazione, non si possono ingoiare come caramelle! E' da pazzi!
Purtroppo a volte l’uso del cortisone è necessario pur di sbloccare una situazione, ed evitare gravi rischi.
Io consiglio sempre in ogni modo, d’assumere contemporaneamente anche degli integratori per le ossa, come il calcio, poiché il cortisone può creare anche l’osteoporosi.”
“Non ho ancora ben capito che cos’è concretamente, di che cosa si tratta?”
“Non ti preoccupare, è normale, mi sono ritrovata molte volte in situazioni simili. Diciamo così, questa è la versione semplificata; un’articolazione normale, contiene: il liquido sinoviale con funzione lubrificante, cellule di vario tipo con funzione di pulizia, e la membrana sinoviale ricopre la superficie ossea. Le cellule del liquido, sinovia, svolgono la normale funzione di pulizia.
Che cosa accade, quando ci s’ammala? Un virus o un’altra causa sconosciuta, modifica le normali cellule contenute nell'articolazione, che diventano aggressive. Le cellule "modificate" iniziano ad aggredire ed a corrodere l'osso.
Dal dolore, al movimento limitato, all'articolazione gonfia, si arriva fino all'anchilosi, e all'articolazione bloccata.
Non esiste una medicina in grado di guarire l'artrite reumatoide, ma esistono farmaci che riescono "a tenerla a freno". Quali sono gli scopi di questi farmaci? Il primo è di ridurre il dolore, riducendo il dolore non solo si fa star meglio il bambino o l'adulto, ma di conseguenza si migliorano i suoi movimenti, è si può iniziare il prima possibile la fisioterapia.
Da tener presente che il malato non deve essere lasciato immobile nel letto, ma deve iniziare a muoversi prima possibile. L’immobilizzazione favorisce vere e proprie posizioni viziate fino ad avere vere e proprie deformità, riduce la forza muscolare, perché i muscoli s’assottigliano. Tutto questo avviene in tempi molto brevi, mentre poi il recupero è lungo e difficile.
Farmaci: 1- Anti-infiammatori non cortisonici,
2- Cortisonici,
3- Farmaci ad azione Lunga che sono per es. i Sali d’oro, che agiscono più lentamente inibendo le reazioni immunologiche responsabile della malattia.
Sai, quando ho scritto il mio primo libro, ho provato tutte quelle emozioni riportate al suo interno, non ne prevaleva una, dalla tristezza, alla ricerca della verità, alla passione, alla rabbia, al contemplare la natura e specchiarmi in lei.
Chiunque può interpretare la mia poesia, immergendosi nel proprio essere, escludendo la mia persona, e mettendo se stessi su un trono, come protagonisti del libro, e poi andare nel mio blog per descriverne l’emozione o meno che hanno provato, ciò che prevale; come nel mio caso, la passione per la vita.”
Rimase in silenzio per un breve momento, forse per riflettere un po’, poi mi chiese:
“Hai un blog? Dopo mi dai l’indirizzo? Da quanto scrivi?”
“Sì scrivo dall’infanzia, ma si comprende, nonostante una mia poesia sia stata pubblicata dall’età d’undici anni su una nota rivista per ragazzi, nel mio libro ho deciso di selezionare solo quelle dell’adolescenza, dai quindici anni in su, dove uno spiacevole evento inatteso e l’aggravamento della mia malattia, hanno condizionato il mio modo di vedere il mondo.”
“Posso farti una domanda un po’ bizzarra?”
“Certo sono qui, anche se il tempo stringe, abbiamo molto da visitare, Barcellona ci attende!”
“Sì, scusate.”
“Ma figurati mi ha fatto molto piacere sentirmi porre questo tipo di domande, ma ti prego, io non sono famosa! Ci tengo a precisare questo, sono solo una poetessa in erba che si diverte a coltivare le proprie passioni, poi poeta che parola grossa!”
“Lascialo decidere agli altri, questo. Voglio chiederti, di che colore è il tuo quadernetto?”
“Il quadernetto?! Il moleskine lo chiamerebbe Hemingway, Cèlin, non più fabbricato dal 1986 ironicamente parlando, è puntualmente rosso! Poi però è diventato blu, e in successione giallo. Ora è ritornato rosso, di consistenza più grossa!” Aggiunsi sottovoce in forma confidenziale: “Ho più cose da scrivere!”
Lei rise di questa confidenza.
“Bene!” Disse con voce decisa Marco. “Ora andiamo. Si sta facendo tardi, la siesta, la pausa/ interrupciòn/intervalo e finita!”
“Ok.” Risposi alzandomi faticosamente.
“Grazie per la conversazione Teresa, è stato un piacere!” Disse Marco porgendole la mano.
“Grazie ad entrambi, io devo tornare al mio lavoro…” ed alzando il sopracciglio destro, esclamò: “Statemi bene e buon viaggio!”
Teresa era una cameriera.
La salutai.
Uscimmo dal bar-ristorante-self service ed il sole c’inondò del suo calore, erano circa le tre del pomeriggio, in giro non c’era quasi nessuno, ci avviammo verso il centro… e ci rimettemmo in viaggio.
Ciascun attimo, come ogni singolo momento di quest’esistenza terrena è importante, ed è un vero peccato vederlo sprecare davanti agli occhi bendati da fattori incongruenti.
E’ come un buco al naso, che ti rivoluziona tutta una vita.
Ora, qualunque cosa delizia il mio sguardo, avvolto nello stupore extraterrestre o della parapsicologia, non sono gli uomini in sé i protagonisti della storia, ma la vera architettura a prenderne il sopravvento, nella natura in se stessa, essa in noi e noi in lei.
