Monica Benincà - Nello Spoglio Vento - Dalla scrittura epistolare con un'amica:

Monica Benincà - Nello Spoglio Vento

Dalla scrittura epistolare con un'amica:

{ 07:29, Sep. 19, 2008 } { 0 commenti } { Link }

  Dalla scrittura epistolare in data settembre 2008:

 

  A fine ottobre del 2007, dopo le vicende che ti avevo già in breve raccontato l’ultima volta che ci siamo vedute, scrissi questo, preciso nulla di simpatico:

 

  “Questo fa alcuna gente:

fuma, canta ai fiori,

ama l’idillio, il patèma,

poi crede di sapere,

ma non sempre sa... Eppur, non sono ugualmente triste da poter dire

                                 disperatamente, mi sento persa.

 

  Ci vuole intelligenza, non ci può essere ingegnoso senza cultura, non si può apprendere o comprendere senza d’essa. Una sola, almeno alla base del tutto l’essere umano.

  L’arte del mestiere già praticato, stanco anche nel svolgerlo.

 

  Rugiada che racconta il gelo passato,

si scioglie tra le desiderate lacrime delle foglie accartocciate,

e la neve parla di rigetto alla sua dispersione e profondità,

scialacquata, diluita, chissà che cosa farà?! Chissà

se nell’affliggere il flagello divino,

riusciranno ad incastrare il puzzle di tutti questi malfattori

che ridere non fanno più nemmeno a loro stessi.

  Hanno parlato con lo sconosciuto

insieme alla credenza di conoscerlo già,

a chi vuoi che importerà?!

  Nel disguido improvviso

tacque, quando s’avvertì in pieno, che l’apparenza

nel novanta percento dei casi, non imbroglia mai.

  Un elogio ad essa!

  Paura ebbe d’aggiungere anche una sola parola,

una che guasta la curiosità,

di parlare agli occhi, di chi si ha davanti

… non conoscerlo nemmeno per quel che è,

e per ciò che fa; riconosciuto in un solo respiro,

unito in intermittenza.

  Sopraggiungi all’esito finale del tal termine ormai classico,

che esiste dai nostri giorni,

fino a ritroso, nei tempi dei tempi,

dove eravamo solo animali…

dove la carne era carne,

ed il fuoco, era fuoco e fiamme;

  ci si sbranava per poco con denti di lince,

ed unghie affilate.

  Arrivi a chiederti ancor oggi: “Ma che problemi hanno?”

  E a risponderti senza curanza: “I loro, cara ragazza!” “Per invidia poi, possono arrivar

ad arrecar maggior danno”.

 

  Non dobbiamo mai dimenticar anche per noi stessi,

che c’è un teschio celato sotto il volto, per proteggerlo dagli urti,

per non frantumarlo, nella memoria assai sacramentale.

  C’è il silenzio attorno,

l’adorno in un miracolo dopo un lungo periodo.

  Sì l’avverto, mentre guardo la candela accesa

nella zucca preparata apposta per Halloween, la vigilia

d’ognissanti.

  Sì, questo silenzio che sussurra e respira insieme ai tuoi polmoni,

prega con te, che non poté cessare mai.

   Come una spada brandita, rimane nel suo fodero,

indirizzata verso un unico colpevole, per poi intendere

che accusato, è proprio Nessuno,

perché non percepisce più niente.

 

Worth nel 1981 scrisse: “Le immagini sono il modo con il quale noi strutturiamo il mondo che ci circonda, non sono il ritratto di esso.”

 

  A novembre, dopo aver rincontrato un vecchio conoscente, tossicodipendente anche lui, tanto per cambiare, all’interno di una conferenza in una situazione un po’ ambigua, ho scritto questo: ... “In breve, normale appare in quest’epoca, ciò che non è normale, e la normalità quasi un miracolo!”

 

  Ho smesso di credere alle favole ormai da tempo, ma nel mio futuro non riesco a non dire, non si sa mai!

 

                                                                 

                                         

 

“Ma la serietà è, di nuovo, ciò che edifica”. Tratto dal libro: La Malattia Mortale di Kierkegaard – La Disperazione.

 

  Osservazioni:

 

  Un’equilibrata non vuol dire essere equilibrata, ma per disperazione le conviene esserlo, per non ricadere nella pazzia dell’evento che si causa, il fatto di non esserlo equilibrata.

 

  Quando per frequentazione, si sfugge dal proprio io, si ricade nella disperazione del non essere se stessi, proprio per origini improprie della pena e disperazione dell’anima, il peccato. Si subiscono le conseguenze del suicidio momentaneo, ove accade eventi incongruenti con il proprio essere, che crea lo sconforto del non essere io in quel momento, ma un se stesso sforzato, fino alla morte di qualche ora, dove l’io non c’è, e nemmeno un se stesso, ma solo un corpo inerte con la coscienza d’esserlo inoperoso. Questo io inoperoso, è accompagnato da certi tratti dell’esistenza passata, nella disperazione con conseguenze in causa, durante la salvezza della vita, anche tramite altri, riaffiora dal nostro subconscio, nel momento più tranquillo, per stravolgerlo del tutto e portarlo alla disperazione come morte, che conduce il moribondo al tormento dell’autodistruzione o salvezza. Il se stesso sforzato fino alla fine o all’approfondire la disperazione interiore nel suo lato profondamente intrinseco, si arriva a credere nella liberazione della morte e resurrezione con il recupero dell’io personale, voluto senza troppi accorgimenti, naturale senza limitazione, nella responsabilità delle proprie azioni come conseguenza in movenza, che crea la soddisfazione o insoddisfazione dell’essere se stessi. In società c’è spesso il suicidio del proprio io tranquillo, che conduce alla disperazione forzata, suddivisa in più forme ma ugualmente disperazione, curativa o meno. Si rincorre ad una necessità umana d’isolamento e separazione, in certi casi, dall’essere disumano, in se stessi ed in sintesi con gli altri, che si è costretti a frequentare in un rapporto vuoto o di convivenza o convenienza.

  L’essere umano dotato di una coscienza, di un’anima, si ritrova ad essere pieno nella molteplicità dei sentimenti dove ne prevale uno in fase d’azione, che forma il carattere ed un’identità; una persona può essere buona dentro i certi parametri sociali e cristiani o meno, con cui si considera buona una persona, ma nel susseguirsi d’eventi spiacevoli, che lo spinge alla disperazione come malattia, nelle sue diverse forme, può condurre alla pazzia, dettata dall’esaurimento nervoso, fino a causare un atto illecito come può essere l’omicidio o a possedere il vizio di mente. Non c’è un essere più buono o un più cattivo, c’è quello più propenso verso il male del bene e viceversa, quel più delinquente e quello meno, l’ipocrita perbenista fasullo, ed il buono spontaneo. Dipende tutto dalla base in cui si parte per costruire la nostra identità, un insieme di personalità in rapporto con noi stessi e con il prossimo; che può essere sviata da fattori incongrui della vita o per convenienza si tirano più da un lato che da un altro.

  La disperazione è anche sicurezza e tranquillità, nelle sue molteplici forme e presenze, ma può essere anche in una rielaborazione, il raggiungimento della pace, che in colluttazione con l’altro, è sempre virata, ed è spesso a rischio di squilibrio. A questo punto si nota la pace come una breve quiete.

  Dagli studi su Socrate, appare che la malattia dell’anima è il peccato, che non distrugge il corpo, come per la malattia del corpo, ma aiuta a conseguirla, attraverso fattori interni ed esterni dell’essere percepente di vita.

  Un corpo, il più delle volte, con le sue eccezioni, si può recuperare, ma un’anima no. Difficilmente ci si riesce, perché è comoda nella sua disperazione, e sedata l’aiuta, come la può degenerare nel proprio involucro, complesso, corpo.

  …Il paralitico non è più padrone delle sue sensazioni, sono il balia del vento e dell’aria… egli perde sempre più se stesso…

 

  Quando una persona afferma: “…vero no?”, in una fracassante risata, abbiamo un risultato in forma negativa della frase pronunciata alquanto di scocciatura, perché afferma la falsità dell’essere se stessa della persona che s’espone, poiché implica una probabilità di verità nelle sue parole, almeno secondo i punti con cui s’analizza la vicenda accaduta, che acquisisce importanza in base al nome del referente e all’esperienza personale passata, che l’essere umano come ricettore del messaggio, ed emittente di quest’ultimo, in qualità di persona pensante, sentimentale nella sua disperazione, ha avuto a che fare con il personaggio in questione; quest’affermazione, …è vero no? Spinge il ricettore a dar quasi ragione per obbligo all’emittente, in automatico, oppure tutto l’inverso per dispetto o perché è riuscito ad imporsi un pensiero ragionevole. Un’anima vuota risulta essere molto più forte per la sua disperazione.      L’assidua frequentazione con chi ha un’io fasullo crea la disperazione; la causa, è spesso in prevalenza l’assunzione di sostanze tossiche anche farmaceutiche, che fanno entrare in conflitto l’io personificato, con il se stesso artificioso.   Credi ed usanze completamente impersonali e differenti dal bene al male, secondo la malattia in fase d’accorgimento per una guarigione o meno, che aiuta ad uscire o no, dalla disperazione momentanea, prima che diventi una malattia grave, oppure a conviverci serenamente come ancora di salvezza.

…Quel conforto è proprio il suo tormento, perché non si è disperato, ma si dispera…

  Il rapporto vuoto, lo porta appresso, e crea il disperato che si porta addosso il passato.

  Un ed’io vuoto, è un io poco edificante, ed un io poco edificante per edificare ha spesso bisogno di una guida, altrimenti, non edifica niente.

  C’è chi con la calma si sente morto, e chi invece si crede vivo, perché vive intensamente il proprio io, avvolto nelle sue emozioni. Un io rinchiuso nella propria anima.

  Il rapporto fasullo che si crea, non è un fallimento, è una scocciatura, te ne liberi, quando lo lasci, se ci riesci, e quando lo lasci?Il raggiungimento del soddisfacimento conduce alla risoluzione momentanea della disperazione, e t’inoltra dentro ad un’altra disperazione. Ma la disperazione in sé, conduce al suicidio (vedi anche gay, e no, eccetera) non sempre del corpo ma dell’anima. Della serenità.

 

Eccetera... da ultimare.

 

 


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